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C come Carbon Footprint: cos’è l’impronta di carbonio e come si misura

17 settembre 2026
  • La Carbon Footprint, o impronta di carbonio, misura le emissioni di gas serra associate a un prodotto, un servizio o un’organizzazione e le esprime in CO₂ equivalente.

  • Per le organizzazioni le emissioni vengono distinte in Scope 1, Scope 2 e Scope 3, a seconda che siano generate direttamente o indirettamente lungo la catena del valore.

  • Calcolare l’impronta di carbonio significa definire un perimetro, raccogliere i dati sulle attività e convertirli in emissioni attraverso specifici fattori.

  • Conoscere da dove provengono le emissioni permette di individuare le aree su cui intervenire e verificare nel tempo i risultati delle strategie di riduzione.

Quanta anidride carbonica viene generata per produrre un oggetto, fornire un servizio o svolgere le attività di un’azienda? Rispondere a questa domanda è meno immediato di quanto possa sembrare. Le emissioni, infatti, possono verificarsi in momenti e luoghi diversi: alcune derivano direttamente dai processi produttivi, altre dall’energia utilizzata o dalle attività che si svolgono lungo la catena del valore. Per ricostruire questo insieme di impatti si utilizza la Carbon Footprint, in italiano impronta di carbonio. È un indicatore che permette di quantificare le emissioni di gas a effetto serra associate a una determinata attività e di esprimerle attraverso un valore confrontabile. Conoscere questa impronta permette di capire dove si concentrano le emissioni e quali attività incidono maggiormente sul clima, creando una base misurabile da cui partire per ridurle.

Che cos'è la Carbon Footprint e cosa ci dice sull'impatto climatico

Nonostante il nome possa suggerire il contrario, la Carbon Footprint non considera soltanto l'anidride carbonica. Nel calcolo possono rientrare diversi gas a effetto serra, come metano e protossido di azoto, oltre ad alcuni gas fluorurati. Il GHG Protocol Corporate Standard, uno dei principali riferimenti internazionali per la contabilizzazione delle emissioni delle organizzazioni, ne considera sette. Questi gas, però, non contribuiscono tutti allo stesso modo al riscaldamento globale. Per poterli sommare e confrontare, le quantità emesse vengono quindi convertite in CO₂ equivalente (CO₂e). La conversione tiene conto del loro Global Warming Potential (GWP), cioè della capacità di ciascun gas di contribuire al riscaldamento del pianeta rispetto alla CO₂ in un determinato arco temporale.

 

Il risultato permette di ricondurre emissioni differenti a un'unica unità di misura. Un'impronta di 100 tonnellate di CO₂e, per esempio, non significa necessariamente che siano state emesse soltanto 100 tonnellate di anidride carbonica: il valore può comprendere anche l'effetto climatico equivalente prodotto dagli altri gas serra considerati. La Carbon Footprint consente così di quantificare una parte specifica dell'impatto ambientale: quella legata al cambiamento climatico. Non misura invece, da sola, aspetti come consumo di acqua, produzione di rifiuti o impatti sulla biodiversità. 

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Quali emissioni entrano nel calcolo dell'impronta di carbonio

Quando la Carbon Footprint riguarda un'organizzazione, uno dei sistemi più diffusi per ricostruire la provenienza delle emissioni è quello definito dal GHG Protocol, che le suddivide in tre categorie: Scope 1, Scope 2 e Scope 3. Lo Scope 1 comprende le emissioni dirette provenienti da fonti possedute o controllate dall'organizzazione. Queste possono derivare, per esempio, dalla combustione di carburanti negli impianti o nei mezzi aziendali e da determinati processi produttivi.

Lo Scope 2 riguarda invece le emissioni indirette associate alla produzione dell'energia acquistata e utilizzata dall'organizzazione, come elettricità, calore o vapore. In questo caso le emissioni vengono fisicamente prodotte altrove, ma sono legate all'energia necessaria allo svolgimento delle attività aziendali. Lo Scope 3 allarga ulteriormente il campo e comprende le altre emissioni indirette che si verificano lungo la catena del valore, sia a monte sia a valle dell'organizzazione. Possono quindi rientrare le emissioni associate ai beni acquistati, ai trasporti o all'utilizzo dei prodotti venduti. È una categoria particolarmente importante perché consente di osservare l'impatto climatico oltre i confini fisici dell'azienda e individuare possibili aree di riduzione lungo l'intera filiera.

Come si calcola la Carbon Footprint

Parlare di “impronta di carbonio” senza specificare a cosa si riferisce può essere fuorviante. È possibile, infatti, calcolare la Carbon Footprint di un'intera organizzazione, ma anche quella associata a un prodotto o a un servizio. Il calcolo deve partire allora da una domanda fondamentale: che cosa vogliamo misurare? In base alla risposta si stabilisce il perimetro dell'analisi, cioè quali attività, processi e fonti di emissione devono essere considerate. Una volta definito il perimetro, vengono raccolti i cosiddetti dati di attività. Possono essere, per esempio, i kilowattora di elettricità consumati, i litri di carburante utilizzati o la quantità di determinati materiali acquistati. A questi valori vengono applicati specifici fattori di emissione, che permettono di stimare la quantità di gas serra associata all'attività considerata. Il GHG Protocol prevede proprio l'utilizzo combinato di dati di attività e fattori di emissione tra le metodologie di calcolo delle diverse categorie.

 

Se sono coinvolti gas serra differenti, i risultati vengono poi convertiti in CO₂ equivalente. Sommando le emissioni comprese nel perimetro si arriva infine alla Carbon Footprint complessiva. Per rendere queste misurazioni confrontabili e verificabili esistono standard internazionali. Oltre al GHG Protocol, la norma ISO 14064-1 stabilisce principi e requisiti per quantificare e rendicontare emissioni e rimozioni di gas serra a livello di organizzazione; la ISO 14067 riguarda invece specificamente la Carbon Footprint dei prodotti ed è coerente con gli standard internazionali dedicati al Life Cycle Assessment.

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Misurare per capire dove ridurre le emissioni

Il valore della Carbon Footprint non sta semplicemente nell'arrivare a un numero finale. Una misurazione dettagliata permette soprattutto di individuare quali attività contribuiscono maggiormente alle emissioni complessive. Se una parte consistente dell'impronta deriva dal consumo di energia, per esempio, è lì che si concentra una delle principali aree su cui intervenire. Se invece il peso maggiore si trova nello Scope 3, le possibilità di riduzione possono riguardare la catena di fornitura, i materiali o altre fasi del ciclo di vita. Il GHG Protocol sottolinea proprio come l'analisi dello Scope 3 permetta alle imprese di identificare le emissioni rilevanti lungo la catena del valore e le possibili opportunità di riduzione a monte e a valle delle proprie attività. 

La misurazione acquista inoltre valore quando viene ripetuta nel tempo secondo criteri coerenti. Stabilire un anno di riferimento e monitorare l'andamento delle emissioni permette di verificare se gli interventi adottati stanno producendo una riduzione effettiva e quanto manca al raggiungimento degli obiettivi fissati. Misurare, ridurre e compensare non sono infatti sinonimi. La Carbon Footprint quantifica l'impatto climatico, le strategie di decarbonizzazione intervengono sulle attività che lo generano, ed eventuali meccanismi di compensazione affrontano invece emissioni che continuano a essere prodotte. Per questo conoscere l'origine dell'impronta è essenziale per stabilire dove intervenire prima di ricorrere alla compensazione.

 

La misurazione diventa così uno strumento di pianificazione e monitoraggio. Quantificare le emissioni dirette e indirette, individuarne l'origine e seguirne l'evoluzione consente di verificare nel tempo l'effetto degli interventi messi in campo. È questo il passaggio che trasforma la Carbon Footprint da semplice indicatore a strumento operativo per la transizione: rendere misurabile l'impatto climatico per capire dove concentrare le azioni di riduzione e valutarne concretamente i risultati.

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