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Emissioni zero nelle città: quali innovazioni servono oltre al verde urbano

24 settembre 2026
  • Uno studio pubblicato su Nature Climate Change ha analizzato i piani di 103 città europee che puntano alla neutralità climatica entro il 2030.

  • Le città prevedono di arrivare al 2030 con 61,4 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente di emissioni residue.

  • Tutte prevedono rimozioni di CO₂ legate all'uso del suolo, ma le stime quantitative disponibili coprono appena il 18% delle emissioni residue complessive.

  • La priorità resta quindi ridurre le emissioni alla fonte, intervenendo soprattutto su edifici, energia e trasporti, e riservare le rimozioni alle emissioni realmente difficili da eliminare.

Le città sono uno dei principali terreni su cui si gioca la sfida della decarbonizzazione. Per questo l'Unione europea ha lanciato la Missione “100 Climate-Neutral and Smart Cities”, che sostiene un gruppo di città con l'obiettivo di raggiungere la neutralità climatica entro il 2030 e sperimentare soluzioni che possano essere replicate anche altrove. Ma quanto sono solidi i percorsi individuati per arrivare all’obiettivo in tempo? Una risposta arriva da uno studio pubblicato ad agosto 2026 su Nature Climate Change. Il risultato evidenzia un nodo importante: piantare alberi e aumentare il verde urbano è utile, ma non può sostituire una riduzione profonda delle emissioni alla fonte.

Perché le città sono decisive per raggiungere la neutralità climatica

Quando si parla di neutralità climatica, l’obiettivo non è immaginare città in cui ogni emissione scompare del tutto. Significa soprattutto ridurre il più possibile la quantità di gas serra prodotta e intervenire sulla parte che resta attraverso sistemi capaci di rimuovere una quantità equivalente di CO₂ dall’atmosfera. Le emissioni che non si riescono a eliminare vengono definite emissioni residue. È proprio su queste che si focalizza lo studio, che è stato realizzato da ricercatori del Joint Research Centre della Commissione europea, del Potsdam Institute for Climate Impact Research e di altri istituti. Gli autori hanno esaminato i Climate-Neutrality Action Plans di 103 città europee, appunto concentrandosi in modo particolare sulle emissioni che le amministrazioni prevedono di non riuscire a eliminare entro il 2030 e sulle strategie individuate per compensarle.

 

Nei piani analizzati, le 103 città europee prevedono di arrivare al 2030 con 61,4 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente all’anno ancora da compensare. Considerando le singole città, la quota mediana di emissioni residue rispetto ai livelli di partenza è pari al 20%. Questo dato è importante perché, nell’ambito della Cities Mission, il 20% rappresenta una soglia orientativa: in altre parole, significa che il percorso verso il 2030 dovrebbe puntare a ridurre direttamente almeno l’80% delle emissioni, lasciando alla compensazione soltanto ciò che è davvero difficile eliminare. Nel 52% dei casi, le emissioni residue sembrano essere state fissate soprattutto come quota finale da raggiungere, senza un’analisi dettagliata di quali attività continuino a produrle e del perché non possano essere ulteriormente ridotte alla fonte. Inoltre, alcuni comparti, come industria, porti, aeroporti o gas fluorurati, in diversi casi restano fuori dai target cittadini. Questo significa che la quantità reale di emissioni da affrontare potrebbe essere ancora maggiore di quella riportata nei piani.

Facciata dell'edificio con piante verdi che crescono sulla parete.

Piantare alberi aiuta, ma non può sostituire la decarbonizzazione

Il verde urbano rimane una componente fondamentale delle città del futuro. Alberi, parchi e suoli vegetati possono infatti assorbire CO₂ e immagazzinare carbonio, oltre a svolgere funzioni che vanno oltre la mitigazione climatica: contribuiscono a contrastare le isole di calore e aumentano la capacità degli ambienti urbani di adattarsi alle temperature più elevate. Il problema emerge quando queste soluzioni vengono considerate sufficienti per compensare emissioni che potrebbero invece essere ridotte direttamente. Nei piani esaminati dallo studio, tutte le città ricorrono a qualche forma di rimozione temporanea della CO₂ legata all'uso del suolo e il 98% considera interventi di rinverdimento o rivegetazione. Le stime quantitative presentate dalle amministrazioni sulla capacità delle soluzioni di rimozione, però, arrivano a coprire appena il 18% delle emissioni residue complessive.

Ci sono poi limiti fisici da considerare. In città il terreno disponibile per nuovi spazi verdi deve convivere con abitazioni e infrastrutture. Inoltre, il carbonio conservato nella vegetazione e nei suoli non è necessariamente permanente: incendi, siccità, malattie o cambiamenti nell'uso del terreno possono riportarne una parte nell'atmosfera. Anche il fattore tempo è determinante. Il 70% delle città analizzate non specifica entro quando le rimozioni previste dovrebbero effettivamente concretizzarsi. La crescita di un albero richiede anni e gli effetti sul sequestro di carbonio potrebbero manifestarsi ben oltre la scadenza del 2030.

Dalle emissioni residue alla decarbonizzazione: dove devono innovare le città

Il risultato forse più significativo dello studio riguarda la provenienza delle emissioni residue previste nel 2030. Edifici e trasporti rappresentano i settori predominanti, ma sono ambiti nei quali esistono già possibilità concrete di riduzione diretta delle emissioni. Per gli edifici si può intervenire sulla riduzione della domanda energetica e sull'efficienza, e modificare il modo in cui viene prodotto il calore necessario a riscaldarli.

 

Una trasformazione analoga riguarda la mobilità urbana. L'elettrificazione dei veicoli può ridurre le emissioni dirette, ma la decarbonizzazione passa anche dalla capacità delle città di rendere più efficiente il sistema complessivo degli spostamenti attraverso trasporto pubblico, mobilità ciclabile e pedonale e una minore domanda di trasporto motorizzato. L'innovazione necessaria per raggiungere il net zero, quindi, non coincide con una singola tecnologia. Riguarda il modo in cui edifici, reti energetiche e sistemi di mobilità vengono trasformati e coordinati.

Oltre gli alberi: come rimuovere le emissioni che non si possono eliminare

Una volta ridotte quanto più possibile le emissioni alla fonte intervenendo su produzione di energia, edifici e mobilità, comunque, resta il problema di quelle effettivamente difficili da abbattere. Anche qui la ricerca e l'innovazione stanno ampliando le possibilità rispetto alla sola forestazione. Il 32% delle città studiate prende in considerazione forme permanenti di rimozione della CO₂, mentre il 40% include nella propria strategia i crediti di carbonio, cioè certificati che rappresentano una quantità di emissioni evitate o rimosse grazie a specifici progetti e che possono essere acquistati per compensare parte delle emissioni residue. In quest'ultimo gruppo, tuttavia, appena il 39% fornisce informazioni sull'origine dei crediti, per esempio indicando la tipologia di progetto che dovrebbe generarli. 

Diverse amministrazioni dichiarano inoltre esplicitamente dubbi sulla credibilità degli attuali mercati dei crediti di carbonio. Tra le tecnologie di rimozione permanente considerate compaiono la Direct Air Carbon Capture and Storage (DACCS), che punta a catturare direttamente la CO₂ presente nell'atmosfera e a stoccarla in modo duraturo, la bioenergia associata alla cattura e allo stoccaggio del carbonio (BECCS), e il biochar, materiale ricco di carbonio ottenuto dalla trasformazione termochimica della biomassa. Lo studio invita però a esplorare anche il potenziale della città stessa come “carbon sink distribuito”. Un esempio riguarda l'impiego di legno e altri materiali biobased nelle costruzioni, che possono conservare per periodi prolungati il carbonio precedentemente assorbito dalla biomassa. Anche per le tecnologie di rimozione vale però una condizione essenziale: occorre poter misurare quanto carbonio viene effettivamente sottratto all'atmosfera, per quanto tempo rimarrà stoccato e con quali sistemi sarà monitorato. Soltanto 32 delle 103 città hanno inserito nei propri piani indicatori specifici dedicati al sequestro del carbonio o ne hanno almeno previsto l'utilizzo.

Le città europee che stanno sperimentando nuove soluzioni

Dall'analisi emergono alcuni esempi di come l'innovazione possa migliorare la capacità delle amministrazioni di conoscere e monitorare le proprie risorse ambientali. Non riguardano soltanto nuovi impianti, ma anche dati, sensori e modelli digitali, indispensabili per capire se le strategie adottate stanno producendo i risultati attesi.

Mannheim in Germania e Lubiana in Slovenia, per esempio, utilizzano registri dedicati alla de-impermeabilizzazione dei suoli e catasti della vegetazione. Saragozza (Spagna) e Leuven (Belgio) ricorrono a tecnologie satellitari di precisione e digital twin, mentre l’irlandese Dublino utilizza reti di sensori e sistemi di monitoraggio in tempo reale. Leuven e Dublino sperimentano anche metodologie basate su citizen science e intelligenza artificiale.

Sono esperienze diverse, ma mettono in evidenza un aspetto centrale della transizione urbana: innovare significa anche riuscire a misurare con maggiore precisione ciò che accade nella città.

Parma e Torino: due esempi virtuosi italiani

Anche in Italia emergono modelli virtuosi. Parma e Torino hanno sviluppato i propri Contratti Climatici di Città con l’obiettivo di diventare città a impatto zero entro il 2030. L’obiettivo è raggiungere la neutralità carbonica per usare solo energie rinnovabili. A tal proposito già nel 2023 si è registrata la riduzione del 25% dei consumi energetici. Il Contratto Climatico di Città (Climate City Contract) si concentra su cinque settori: edifici, trasporti, rifiuti e acque reflue, attività produttive e uso del suolo. In questo contesto, Iren Smart Solutions ha realizzato un impianto fotovoltaico nell’area della discarica dismessa di Ravadese, recuperando un’area dismessa e destinandola così alla produzione di energia rinnovabile e organizzazioni come la Comunità Energetica Rinnovabile Parma Nord.

 

Torino sta lavorando sull’ampliamento delle reti ciclabili e delle aree pedonali e sulla diffusione del trasporto pubblico a minore impatto ambientale. Sul fronte energetico, uno degli interventi più rilevanti riguarda il rafforzamento della resilienza della rete elettrica cittadina agli eventi meteorologici estremi: il progetto sostenuto dal PNRR, dal valore complessivo di 44,3 milioni di euro, prevede il rinnovo di porzioni della rete di media tensione e delle cabine secondarie con l’obiettivo di ridurre frequenza e durata delle interruzioni della fornitura elettrica. È un esempio concreto di come il percorso verso città climaticamente neutrali non riguardi soltanto la riduzione delle emissioni, ma anche l’adeguamento delle infrastrutture che rendono possibile la transizione energetica.

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