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Economia circolare, le nuove norme europee per ridurre gli sprechi alimentari e tessili

16 marzo 2024

 

Ogni anno l’Europa produce 60 milioni di tonnellate di scarti alimentari (131 kg a persona) e 12,6 milioni di tonnellate di rifiuti tessili. Abbigliamento e calzature, da soli, rappresentano circa 5,2 milioni di tonnellate di rifiuti, equivalenti a 12 kg di rifiuti a persona ogni anno. Si stima che meno dell’1% dei prodotti tessili globali siano riciclati per produrre nuovi prodotti.

 

Alla luce di questi sprechi verificati, la commissione per l’ambiente del Parlamento europeo ha suggerito la revisione della direttiva quadro sui rifiuti per fare delle proposte volte a prevenire e ridurre i rifiuti alimentari e tessili in tutta l’Unione europea.

 

Come ha sottolineato la relatrice Anna Zalewska: “Forniamo soluzioni mirate per ridurre gli sprechi alimentari, come promuovere frutta e verdura “brutte”, tenere d’occhio le pratiche di mercato sleali, chiarire la data di etichettatura e donare alimenti invenduti ma consumabili. Per i tessili, colmiamo le lacune includendo anche i prodotti non casalinghi, tappeti e materassi, nonché la vendita tramite piattaforme online. Chiediamo inoltre un obiettivo di riduzione dei rifiuti tessili, con un controllo sull’esportazione dei tessili usati. Migliori infrastrutture per aumentare la raccolta differenziata in modo che gli elementi che possono essere riciclati vengano estratti prima di essere inviati all’inceneritore o alla discarica”.

pila di vestiti

Quali sono gli obiettivi antispreco 

Gli eurodeputati vogliono aumentare gli obiettivi vincolanti di riduzione dei rifiuti proposti dalla Commissione ad almeno il 20% nella trasformazione e produzione alimentare (invece del 10%) e al 40% pro capite nella vendita al dettaglio, nei ristoranti, nei servizi di ristorazione e nelle famiglie (invece del 30%) rispetto alla media annuale generata tra il 2020 e il 2022.

 

I Paesi Ue dovrebbero garantire che questi obiettivi siano raggiunti a livello nazionale entro il 31 dicembre 2030. Inoltre, i deputati europei vogliono che la Commissione Ue valuti la possibilità e presenti proposte legislative adeguate per introdurre obiettivi più elevati per il 2035 (rispettivamente almeno 30% e 50%).

 

Per raggiungere i target prefissati bisogna intervenire per colmare le inefficienze della filiera, stimolare i cambiamenti di comportamento e promuovere campagne di informazione, incoraggiare la donazione di cibo e le forme di ridistribuzione.

Ogni Paese dovrà designare le autorità responsabili del coordinamento delle misure di riduzione dei rifiuti alimentari attuate. Inoltre, a due anni dall’entrata in vigore della direttiva, dovrà adeguare i propri piani di prevenzione.

 

In merito al settore tessile, le nuove norme puntano a dare vita a dei regimi di responsabilità estesa del produttore (EPR), in base alle quali gli operatori economici che immettono i prodotti tessili sul mercato dell’Ue coprirebbero i costi per la loro raccolta differenziata, cernita e riciclaggio: gli Stati membri dovrebbero istituire questi regimi 18 mesi dopo l’entrata in vigore della direttiva (rispetto ai 30 mesi proposti dalla Commissione). Parallelamente, i Paesi Ue dovrebbero garantire, entro il 1° gennaio 2025, la raccolta separata dei tessili per il riutilizzo, la preparazione per il riutilizzo e il riciclaggio. Queste norme riguarderebbero prodotti tessili come abbigliamento e accessori, coperte, biancheria da letto, tende, cappelli, calzature, materassi e tappeti, compresi i prodotti che contengono materiali tessili come pelle, cuoio ricostituito, gomma o plastica.

 

Passaggio cruciale è la misurazione: gli Stati membri saranno tenuti a monitorare e valutare la riduzione dello spreco. A tal proposito la Commissione predisporrà dei criteri specifici di valutazione. La posizione verrà votata nella sessione plenaria del Parlamento europeo di marzo, ma il dossier sarà seguito dal nuovo Parlamento dopo le elezioni europee del 6-9 giugno.

cibo

Spreco alimentare e rifiuti tessili, cosa dicono i dati

Secondo i dati Eurostat del 2020, il 53% dei rifiuti alimentari proviene dalle famiglie, il 7% dal commercio all’ingrosso e al dettaglio e il 9% dai ristoranti e dai servizi di ristorazione, mentre il restante 31% tra produzione primaria (11%) e lavorazione/produzione di alimenti (20%). Uno spreco che ha anche un decisivo impatto ambientale.

 

Le stime mostrano come lo spreco alimentare produca circa 252 milioni di tonnellate di CO2, ovvero circa il 16 per cento delle emissioni totali di gas serra del sistema alimentare dell’Unione: “Se lo spreco alimentare fosse uno Stato membro, sarebbe il quinto più grande emettitore di gas serra“, è il paragone fornito dalla Commissione Ue. Da non sottovalutare è anche l’impatto generato sulle risorse naturali e sull’uso del suolo

Per quanto riguarda invece gli sprechi tessili, attualmente solo il 22% dei rifiuti tessili post-consumo viene raccolto separatamente per essere riutilizzato o riciclato, mentre il resto viene spesso incenerito o messo in discarica.

 

Non solo l’Europa ma i Paesi di tutto il mondo si sono impegnati a dimezzare lo spreco alimentare entro il 2030 e a ridurre le perdite alimentari lungo la catena alimentare: un obiettivo adottato nel 2015 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite come parte dell’Agenda degli obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs). Finora, però, i progressi sono stati insufficienti e l’obiettivo sembra difficile da raggiungere. Per rendere realizzabili i traguardi prefissati è necessario agire su più piani, per esempio creando una rete di cooperazione tra organizzazioni e contribuire a cambiare le abitudini di acquisto e consumo

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