Acqua

Impronta idrica: cos'è e perché calcolarla aiuta a limitare i consumi d'acqua

10 luglio 2022

 

Quello che usiamo, indossiamo, compriamo e mangiamo richiede acqua per essere prodotto: dall’intero processo per la coltivazione del riso, fino al carburante delle auto e alla produzione dei jeans. Conoscere l’impatto ambientale che ciò determina permette di diventare più consapevoli e limitare il consumo di acqua, contribuendo in prima persona a fronteggiare l’emergenza idrica che sta interessando il mondo.

 

L'impronta idrica agevola il necessario processo di monitoraggio delle risorse idriche disponibili: si tratta di un indicatore ambientale che misura il volume di acqua dolce consumata - in maniera diretta e indiretta - per produrre beni e servizi da parte di un singolo individuo, di una comunità, di un prodotto o di un’azienda.


Il calcolo prende in considerazione anche l’inquinamento provocato durante l’intero ciclo di produzione e permette di indirizzare le scelte di acquisti in ottica di sostenibilità: un’esigenza nata già nei primi anni 2000 quando la definizione di “impronta idrica” fu coniata per la prima volta da Arjen Hoekstra, professore dell’Università di Twente nei Paesi Bassi. Lo stesso che, otto anni dopo, ha dato vita al Water Footprint Network: una piattaforma che avvia la collaborazione tra associazioni, aziende, università e società civile per promuovere la transizione verso un uso sostenibile, equo ed efficiente delle risorse di acqua dolce in tutto il mondo.

 

 

Le tre componenti dell’impronta idrica: acqua verde, blu e grigia

Secondo il metodo di analisi sviluppato dal Water Footprint Network, l’impronta idrica si articola in tre componenti qualitative: acqua blu, verde e grigia.


La Water Footprint blu 
rappresenta il volume di acqua dolce prelevato dalla superficie e dalle falde acquifere, utilizzato e non restituito: si riferisce al prelievo di risorse idriche superficiali e sotterranee per scopi agricoli, domestici e industriali.

La Water Footprint verde
, invece, indica l’acqua piovana che evapora o traspira, nelle piante e nei terreni, soprattutto in riferimento alle aree coltivate. Infine la Water Footprint grigia indica la quantità di risorse idriche necessarie a diluire il volume di acqua inquinata per far sì che la qualità delle acque, nell’ambiente in cui l’inquinamento si è prodotto, possa ritornareal di sopra degli standard idrici prefissati.


L’impronta idrica è costituita dalla somma di queste tre componenti ed esprime il volume richiesto per la produzione di beni e servizi. 

Come ridurre l’impronta idrica della propria alimentazione

Come riportano i dati registrati dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), il 70% delle risorse idriche del Pianeta viene consumato nell’ambito agricolo e zootecnico: a ciò si aggiunge l’energia fossile necessaria per la produzione di cibi animali, superiore rispetto a quella utilizzata per ottenere fonti vegetali. Per questo motivo, le scelte alimentari di ogni persona impattano in modo decisivo sulla disponibilità di risorse idriche: mettere in tavola un piatto che richiede meno litri di acqua per la sua produzione è una scelta che può fare la differenza. 

Sul sito del Water Footprint Network, attraverso il Global Water Footprint Standard, è possibile calcolare l’impronta idrica di tutto ciò che mangiamo: l’alimento che più ha bisogno d’acqua è la carne.

 

Per produrre 1 kg di carne bovina occorrono in media 15 mila litri di acqua (93% di impronta verde, 4% di quella blu e 3% di quella grigia) contro i 350 litri necessari invece per i cetrioli o i 250 litri per la lattuga. Anche guardando al consumo di acqua in rapporto a calorie, proteine o grassi, le cose non cambiano: la carne animale ha in media un’impronta idrica per calorie venti volte maggiore rispetto a quella di cereali o patate.

 

Oltre a ridurre il consumo di alimenti di cui è riconosciuto l’alto impatto idrico, preferendo ad esempio la carne di pollo a quella di manzo, occorre tenere in considerazione che i prodotti alimentari industriali richiedono grandi quantità di acqua per la loro lavorazione rispetto ai cibi freschi. In tavola, dunque, è preferibile optare per frutta e verdura locale e di stagione: un semplice gesto che può aiutare a tagliare in consumi di acqua e preservare la preziosa risorsa.

 

Ridurre il consumo d’acqua: i comportamenti virtuosi in casa

Dalle abitudini alimentari a quelle domestiche: razionalizzare le risorse idriche è un obiettivo che parte dalla vita di tutti i giorni. La prima regola da rispettare in casa per tagliare i consumi è la più facile da attuare: chiudere i rubinetti e non lasciare che l’acqua scorra inutilmente quando non è necessario. Limitare gli sprechi di acqua mentre ci si lava i denti o ci si insapona sotto la doccia, ad esempio, permette di risparmiare circa 2.500 litri di acqua pro capite all’anno.

 

Allo stesso modo, prediligere la doccia anziché il bagno fa bene all’ambiente: basti pensare che per riempiere la vasca occorrono in media circa 150 litri di acqua. Manutenzione e ottimizzazione sono altre due parole chiave per risparmiare acqua in casa: è consigliabile controllare periodicamente che i rubinetti non registrino perdite e, per renderli più efficienti, risulta particolarmente efficiente installare dei frangigetto o aeratori che consentono di ridurre la quantità di acqua erogata del 50%.

Riduzione, riutilizzo, riciclo e recupero: le 4R della sostenibilità sono le coordinate entro cui muoversi per prestare attenzione all’impronta idrica nelle attività quotidiane e virare verso uno stile di vita più green e sostenibile con maggiore consapevolezza.

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