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Moda sostenibile: che cos'è il cost per wear e perché calcolarlo aiuta l'ambiente

29 settembre 2022

 

Con il cambio stagione alle porte si fa sempre più impellente l’esigenza di disfarsi del vecchio e valutare nuovi acquisti in fatto di abbigliamento: che si tratti dell’ultimo trench di tendenza o di un intramontabile cappotto, le aziende di fast fashion soddisfano le esigenze più disparate proponendo capi a prezzi concorrenziali. Moda e impulso allo shopping diventano alla portata di tutti e centinaia di acquirenti durante le giornate di sconti speciali sono disposti a fare lunghe ore di fila pur di assicurarsi un nuovo prodotto, spesso acquistando articoli non necessari e che finiscono in fretta in discarica.

 

Come riportano i dati McKinsey, ogni consumatore in media acquista il 60% in più di prodotti per l’abbigliamento rispetto a vent’anni fa: il fast fashion, all’apparenza così conveniente dal punto di vista economico, in realtà inquina molto e in diversi modi. Il ritmo del consumismo sta andando troppo veloce e anche l’industria della moda è diventata fonte di inquinamento. Oggi è responsabile del 10% dell'inquinamento globale ed è il secondo principale inquinatore al mondo dopo il settore del trasporto aereo. 

 

Come ridurne l’impatto ambientale? Calcolando il cost per wear durante i nostri acquisti: ecco di cosa si tratta. 

Che cos’è il cost per wear 

 

L’evoluzione green delle abitudini quotidiane passa anche per lo shopping: per avere un armadio amico dell’ambiente, è necessario ponderare gli acquisti valutando il CPW - cost per wear.

 

La sigla indica il risultato che si ottiene dividendo il costo di un indumento per il numero di volte che lo si è indossato: questo tipo di calcolo fa capire come pagare poco un abito o un accessorio che non indosseremo quasi mai non solo è dannoso per l’ambiente perché genera spreco, ma non è neanche vantaggioso economicamente.

 

Ad esempio se si acquista una camicia a 25 euro e la si indossa due sole volte, il cost per wear di quella camicetta è pari a 12,50 euro. Se invece per una camicia si spendono 150 euro, ma questa viene usata per 15 volte , il cost per wear è di 10 euro: più basso di quello della camicetta pagata meno.

 

Per ammortizzare il costo di un prodotto, quindi, è utile applicare la regola dei 100wears, cioè la possibilità di indossarlo cento e più volte. In quest’ottica è fondamentale farsi qualche domanda prima dell’acquisto per valutare a monte la durabilità del capo.

 

Acquistare un capo di qualità abbassa il cost per wear perché il prodotto dura di più nel tempo e può essere sfruttato maggiormente. Gli indumenti composti da fibre naturali, ad esempio, sono più resistenti rispetto a quelli fatti con fibre sintetiche e tendono anche a rovinarsi meno durante i lavaggi in lavatrice. Cosa fare allora? Scegliere brand di moda sostenibili che usano fibre organiche certificati o affidarsi a botteghe artigianali. Per essere dei consumatori responsabili, basta acquistare meno e meglio: il prezzo iniziale più alto si potrà recuperare grazie alla durata più lunga del capo. 

 

Comprare meno e meglio: l’impatto ambientale della moda

Le emissioni di CO2 prodotte dall’industria della moda rappresentano il 10% delle emissioni globali e si stima che aumenteranno del 60% nei prossimi dieci anni.

 

Per la fabbricazione di una singola t-shirt servono 700 litri d’acqua, pari al fabbisogno di acqua di una persona per tre anni. Infatti il 20% dello spreco globale d’acqua è da attribuire al settore fashion, così come il 20% dell’inquinamento delle risorse idriche mondiali. Circa il 60% di tutti gli indumenti a livello globale è realizzato in poliestere, un materiale sintetico ottenuto con combustibili fossili e le cui fibre vengono disperse negli oceani: si tratta delle cosiddette microfibre, cioè le microplastiche rilasciate dai tessuti sintetici in lavatrice che arrecano danni enormi all’ambiente marino. 

Quali sono, dunque, le azioni di responsabilità che ciascun consumatore può mettere in pratica per contribuire a ridurre l’impatto ambientale della moda? La ricerca di materiali a basso impatto ambientale è un buon punto di partenza: meglio optare per scelte ecosostenibili e acquistare capi ecologici e di buona manifattura, provenienti da aziende solidali. Inoltre, occorre tenere presente che acquistare una maglietta a 10 euro, o anche a 5 euro, non assicura né la qualità del prodotto né la sua etica ambientale e sociale: molto spesso per produrla vengono violate le condizioni e i diritti dei lavoratori costretti ad accettare salari sempre più bassi. Riciclo è un’altra parole chiave per ridurre l’impatto ambientale della moda. Acquistare vintage o second hand, oltre a garantire uno stile più distintivo e creativo, tutela l’ambiente e riduce il numero di nuovi vestiti da produrre: meno sprechi, meno inquinamento. Un impegno che vale la pena intraprendere a partire dall’armadio.

 

 

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